ACETAMINOFENE (Paracetamolo) | SIGLA: ACE

L’acetaminofene, maggiormente noto come paracetamolo, è un farmaco con attività antalgica e antipiretica, ma mancante di anti-infiammatoria, largamente utilizzato sia da solo, sia in associazione ad altre sostanze, ad esempio nei comuni preparati da banco per le forme virali da raffreddamento o nei farmaci destinati al trattamento del dolore acuto e cronico. Sintetizzato per la prima volta nel 1878, il paracetamolo è il farmaco più utilizzato sia negli Stati Uniti che in Europa per l’alleviamento del dolore e per la riduzione della febbre; disponibile con differenti nomi commerciali (tra cui in Italia Tachipirina è quello indubbiamente più conosciuto), compare sulla List of Essential Medicines (l’elenco dei farmaci più efficaci e sicuri che ogni organizzazione sanitaria dovrebbe possedere) redatta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il paracetamolo può essere somministrato attraverso diverse vie e presenta un’elevata biodisponibilità (70-90% a seconda della modalità di assunzione), che non subisce importanti cambiamenti, eccezion fatta per i casi di epatopatia cronica. A livello del fegato, infatti, la molecola viene trasformata in un metabolita che si è rivelato tossico per il tessuto epatico. Alle dosi comunemente impiegate, tuttavia, i rischi di epatotossicità sono nulli, tanto che l’utilizzo di paracetamolo non è controindicato in età pediatrica, né in gravidanza. 

Dopo somministrazione orale, l’effetto analgesico compare prontamente, in circa 15 minuti, con un tempo di picco plasmatico di 30-60 minuti, mentre l’emivita del farmaco si attesta su 2-4 ore.  La dose massima raccomandata secondo la Farmacopea Statunitense è di 4 grammi al giorno e la singola dose non deve superare il grammo, mentre la Farmacopea Ufficiale Italiana raccomanda l’assunzione di non più di 3 grammi al giorno. Pur con le dovute cautele di riduzione della dose nei soggetti che presentano una compromissione della funzionalità epatica, il paracetamolo è considerato un trattamento di prima linea nella terapia farmacologica del dolore ed è posizionato al primo gradino nella scala OMS del trattamento del dolore cronico. 

Il paracetamolo presenta un indice terapeutico molto basso per cui dosi anche di poco superiori a quelle terapeutiche possono provocare intossicazione per sovradosaggio del farmaco. Un rischio correlato con il suo utilizzo è rappresentato dalla sua presenza in diversi medicinali, sia come unica sostanza che in associazione, e ciò conduce spesso al sovradosaggio. Dosi superiori a quattro grammi di sostanza al giorno (riferito ad un adulto del peso di 80 kg o più) sono considerate pericolose per la salute, con una tossicità che si rivolge verso il fegato con effetti potenzialmente fatali. Una dose di 10 – 15 grammi è letale, in quanto porta ad un’epatite fulminante (in relazione alla suscettibilità del singolo soggetto anche quantità inferiori del 50% possono essere fatali). 

L’interazione fra alcool e paracetamolo è complessa. Potrebbe verificarsi una maggior vulnerabilità agli effetti tossici sul fegato del paracetamolo soprattutto quando il farmaco è somministrato nei primi giorni di non assunzione di alcool negli alcolisti cronici. Potrebbe quindi essere opportuno non interrompere l’assunzione di alcool, negli alcolisti cronici, durante il trattamento con paracetamolo. Sebbene il consumo cronico di alcool non comporti necessariamente un aumento dell’epatotossicità iatrogena quando il paracetamolo è somministrato alle dosi terapeutiche raccomandate, il rischio potenziale potrebbe aumentare per la presenza di fattori predisponenti aggiuntivi come una preesistente disfunzione epatica e/o una deplezione delle riserve di glutatione (attraverso il quale è eliminato il metabolita epatotossico del paracetamolo). Per tutti questi motivi, il dosaggio giornaliero massimo raccomandato negli alcolisti non deve superare i 2,5 grammi al giorno.